mercoledì 22 novembre 2017

Caro Cannavacciuolo...

Recentemente è uscita un’intervista allo Chef Cannavacciuolo su Repubblica. In essa, egli asserisce che:
"da quando facciamo tanti programmi la gente ha imparato a mangiare" (...) "controlla le scadenze, cerca di capire da dove arrivano gli ingredienti. Abbiamo fatto aprire gli occhi a chi va a fare la spesa. (...).
Purtroppo, come accade anche ad altri, al sig. Cannavacciuolo sfugge la realtà nella sua pienezza secondo me.

In fondo è vero che la gente vuole trasparenza nell'alimentare (e non solo in quello) e quindi pone più attenzione alle etichette, ma non necessariamente sa bene che significato possono avere le informazioni che riceve.

I trend sull'alimentare infatti, vedono in crescita il biologico ad esempio, ma anche il senza lattosio e il senza glutine, che non hanno motivo di esistere se non in caso di patologie. Non mi sembra che le persone abbiano imparato bene la lezione dunque.

Da quando il PIL ha ripreso a crescere un po’, e c'è qualche spicciolo in più che gira, gli acquisti di tutte le materie prime per cucinare sono iniziati a scendere oppure si sono stabilizzati. Farina, uova e lattelasciano di nuovo il passo ai piatti pronti, spesso di dubbio valore nutrizionale. Non solo, ma sembra che gli italiani preferiscano il prodotto confezionato a quello sfuso, sbattendosene dunque anche dell'ambiente. Il successo delle capsule per il caffè ne è il chiaro esempio.

Basta farsi un giro in un supermercato e guardare i carrelli per rendersene conto: merendine, biscotti (senza olio di palma mi raccomando!), ma soprattutto piatti pronti e via discorrendo, sono tornati a farsi vedere prepotentemente. Da un lato se si torna a lavorare significa che c’è anche meno tempo per fare altre cose, ma fondamentalmente è ormai chiaro che quella della cucina e del cucinare è una moda, come ai miei tempi lo erano le scarpe della Nike.

Non sto dicendo che gli italiani non cucinino di più rispetto a qualche anno fa, ma certamente sono lontani dai tempi delle mie nonne o di mia madre. Se gli italiani cucinano era per necessità, durante la crisi, e per farsi notare, oggi.

Infatti crescono anche le vendite di prodotti “fighetti”, dalla vaniglia del Madagascar, al formaggio più puzzone del paese più sperduto, che magari fa schifo ma oggi è “cool”. In questa ultima categoria ad esempio, rientra la birra artigianale. Accanto a birrifici di tutto rispetto, se ne trovano altri (la maggioranza) con prodotti di dubbia qualità, insieme ad appassionati che sfornano spesso ciofeche impressionanti. Tutto venduto a peso d’oro ovviamente, ai soliti gonzi che si bevono (è proprio il caso di dirlo) ogni minchiata, che se fossero davvero stati “istruiti” non pagherebbero per roba dal sapore scadente. Davvero pensiamo che programmi tipo questo possano insegnare qualcosa, oltre alle cattive maniere e a non rispettare il cibo per quel bene prezioso che è?

Non si spiegherebbero inoltre, le continue foto o gli share su Facebook, per far partecipi tutti dell’ultima torta rustica creata in casa oppure per condividere l’ultima ricetta trovata in rete (fa eccezione ovviamente chi quelle foto le mette perché lavora nel settore). E' lo stesso motivo per cui il marchio conosciuto vende di più, oppure perché compagnie come la Apple somigliano più a una setta che una società che vende hardware: l’appartenenza ad un gruppo, alla società che oggi ci dice che se non sai cucinare o non usi il sale dell'Himalaya sei uno sfigato.

Personalmente ho iniziato a cucinare da ingredienti di base sistematicamente da quando ero in Germania, e lo ho fatto perché cucinare mi piace da sempre, e perché ho acquisito una filosofia nutrizionale ben precisa: la consapevolezza che non si può mangiare robaccia tutta la vita e poi sperare di farla franca quando non si è più giovani. La stessa filosofia che mi ha fatto arrivare a questo. E poi perché spendere poco per il cibo, consumando comunque alimenti di qualità, è una tappa fondamentale per fare downshifting senza rimetterci in salute.

Cucinare mi ha aiutato anche economicamente quando ero studente, ma non ho cambiato molto abitudini quando ho iniziato a guadagnare di più. Non importano le entrate, le mie abitudini culinarie non cambiano. Foto su Facebook? Zero. Lo faccio per me non per gli altri.

Quando i dati mi mostreranno che gli italiani non cambiano abitudini sane in concomitanza con le loro entrate salariali, e non vedrò più foto di piatti che cercano di imitare i grandi Chefs sui social network, allora potrò essere d’accordo con Cannavacciuolo. Fino a quel momento mi permetto di dubitare.

2 commenti:

  1. Ho avuto la fortuna che fin da piccolo i cibi spazzatura mi provocavano reflusso esofageo, così sono cresciuto senza consumare merendine ma dolci fatti in casa, senza bibite zuccherate ma acqua, niente pizze surgelate ma pizze vere!!!
    Vuoi mettere una pizza con farina integrale di cui hai visto i chicchi macinare? Niente a che vedere con la farina integrale del supermercato. E se proprio non si può passare al mulino, può andare anche una farina di tipo 2 ( costa di più perché non l'hanno svuotata di tutta la sostanza).
    Da un paio d'anni ho eliminato lo zucchero, salvo usare nei dolci qualche sostituito come il muscovado grezzo oppure il miele dell'apicoltore.
    Mezzo chilo di carne al mese ( troppo poco?), se capita cacciagione, oppure da allevamento casalingo ( abito in una città, ma che se cerchi il modo lo trovi)
    Legumi, frutta e verdura, ogni giorno ad ogni pasto.
    Sono pure sovrappeso, ma sto bene, almeno i valori del sangue dicono così.....
    Questi concetti associati ad una sana attività fisica è ciò che voglio trasmettere ai miei figli.
    Ciao
    Max

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